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La plastica si può e si deve riciclare: storie mediterranee

Quello dei rifiuti in mare è un problema grave e globale: si stima che nel mondo ogni anno si producano 280 milioni di tonnellate di plastica e che una parte non trascurabile finisca nelle acque marine, con un fortissimo impatto negativo sull’intero ecosistema.

Anche il Mediterraneo è particolarmente esposto a questo pericolo (si stima che la concentrazione di rifiuti presenti nel nostro mare sia equiparabile a quella che circola negli oceani): stamattina a Mediterraneo DownTown se n’è parlato all’incontro “Ciclo e riciclo. La seconda vita dei rifiuti in mare. Le esperienze mediterranee”, puntando l’attenzione sui progetti che in Toscana e in Libano si occupano di recupero e trasformazione dei rifiuti, in mare e non solo.

Tante le testimonianze presentate, a partire da quella dell’assessore alla presidenza Regione Toscana, Vittorio Bugli, che ha parlato del progetto sperimentale denominato “Arcipelago Pulito”, al centro di un protocollo d’intesa siglato lo scorso 27 febbraio tra Regione Toscana, Ministero dell’ambiente, Unicoop Firenze (che finanzia i pescatori con i ricavi della vendita dei sacchetti biodegradabili del banco della frutta e della verdura), Legambiente, Autorità portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Labromare (concessionaria per il porto di Livorno per la pulizia degli specchi acquei portuali), Direzione marittima della Toscana, azienda di raccolta dei rifiuti

Revet e cooperativa Cft. “Arcipelago Pulito è un progetto molto ambizioso, di cui siamo particolarmente orgogliosi – ha incalzato Bugli – nato da alcune chiacchierate con i pescatori di Livorno, che ci hanno raccontato di trovare nelle loro reti grosse percentuali di rifiuti che però, per questioni legislative erano costretti a rigettare in mare”. La legislazione italiana, infatti, presenta un grosso paradosso: da una parte i pescatori sarebbero obbligati a raccogliere i rifiuti in mare, ma dall’altra vi è una norma che di fatto li obbliga a rigettarli per non essere considerati produttori di rifiuti speciali. “Con Arcipelago Pulito la Regione, in collaborazione con enti del terzo settore e aziende coinvolte nello smaltimento e riciclo dei rifiuti – ha proseguito l’assessore regionale – dà ai pescatori l’opportunità di portare in porto i rifiuti e destinarli, quando possibile, al riciclo, in modo da contribuire a liberare il mare dalle plastiche”, che costituiscono circa il 95% dei rifiuti galleggianti avvistati quotidianamente.

Il progetto sperimentale, che durerà 6 mesi ed è partito lo scorso 20 aprile, si propone di essere esteso a tutto il territorio nazionale, spingendo affinché anche la normativa si adegui per incentivare questo virtuoso processo di recupero dei rifiuti con la collaborazione di chi lavora in mare.

“Ma non è solo in questo senso che dobbiamo lavorare – ha sottolineato Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – Spesso parliamo di rifiuti marini, ma la principale fonte di rifiuti in mare è la cattiva gestione dei rifiuti urbani. Per questo il nostro progetto si occupa anche di sensibilizzazione delle pubbliche amministrazioni, delle aziende e dei cittadini, in linea con gli obiettivi UE di ridurre l’uso della plastica, in particolare di quella usa e getta, che è anche quella maggiormente presente tra i rifiuti abbandonati”.

La sensibilizzazione della cittadinanza e delle pubbliche amministrazione si avvale anche di collaborazioni come quella del Plastic Buster Network, coordinato da Cristina Fossi dell’Università di Siena, che si occupa di valutare l’impatto delle microplastiche sull’ecosistema marino, e il Polo Universitario di Prato, che lavora all’interno di un gruppo europeo sull’economia circolare e su progetti di riuso e riciclo.

Dall’altra parte del Mediterraneo la situazione non è meno complessa: Joslyn Kehdy di Recycle Lebanon ha raccontato come la società civile stia cercando di lottare pacificamente contro le scelte del governo per contrastare l’enorme crisi dei rifiuti che dal 2015 colpisce il Paese. “I rifiuti in Libano vengono raccolti in discariche spesso abusive, perché i pochi impianti di riciclo e smaltimento esistenti non hanno fondi per funzionare bene – ha spiegato Kehdy – Ma Recycle Lebanon è un’associazione nata alcuni anni fa non per riciclare i rifiuti, bensì per cambiare le abitudini dei libanesi e del mondo intero, in maniera olistica, per eliminare quella plastica che è presente in tutto ciò che noi quotidianamente utilizziamo e che ha effetti negativi non solo sull’ambiente ma anche su di noi e sul nostro corpo”. In Libano, così come in Italia, in Europa e in molti stati del mondo, esistono società a rifiuti zero, ed è a queste che si ispira Recycle Lebanon, che sensibilizza i cittadini affinché cambino i propri comportamenti. “Dobbiamo cercare di risvegliare le coscienze, per proteggere la nostra cultura e l’ambiente – ha concluso Kehdy – recuperando le nostre tradizioni, costringere le aziende a fornirci beni che non producono rifiuti inutili, specialmente di plastica, e il governo a non costruire inceneritori che non risolverebbero il problema, anzi lo aggraverebbero”.