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Il coraggio delle donne: madri alla ricerca della verità. Da Srebrenica a Tunisi.

Due esperienze apparentemente lontane come quella delle madri bosniache che videro morire mariti e figli nel genocidio del 1995 a Srebrenica e le madri tunisini che hanno visto sparire i figli nel Mediterraneo durante le traversate per arrivare in Europa, si incontrano. E hanno molto in comune, il dolore e il coraggio. E ancora, il senso della giustizia, ultima speranza per chi è rimasto.  L’incontro moderato da Annamaria Giordano giornalista di radioRai3, ha messo insieme i tanti pezzi che vanno dal genocidio alle migrazioni passando per le mafie italiane, aiutata da Monica Usai di Libera. Che negli anni ha sostenuto queste differenti realtà facendole incontrare e collaborare. E promuovendo con questi temi il giorno del Diritto al Ricordo e del Dovere alla Memoria (il 21 marzo).

 

Il Genocidio di Srebrenica nel 1995 fu un genocidio di oltre 8 000 musulmani bosniaci o bosgnacchi, per la maggioranza ragazzi e uomini, avvenuto nel luglio 1995 nella città di Srebrenica e nei suoi dintorni, durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina.  La strage fu perpetrata da unità dell’Esercito della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina guidate dal generale Ratko Mladić (condannato poi all’ergastolo con l’accusa di genocidio ), in quella che al momento era stata dichiarata dall’ONU come zona protetta e che si trovava sotto la tutela di un contingente olandese dell’UNPROFOR.  Amica Tuzlanska, associazione delle madri di Srebrenica, fondata da Irfanka Pasagi, e sostenuta da Libera, è nata proprio in seguito al genocidio come dimostrazione della forza che il dolore scatena. Ne parla Monica Usai di Libera, racconta di come le madri di Srebrenica trasformano il loro dolore in forza attiva per rigenerare un luogo distrutto dalla guerra bosniaca.

Nel 2015 Libera è riuscita a far incontrare le madri delle vittime della mafia, a cui l’associazione dà voce da tempo sostenendole per la ricerca della giustizia, con le madri di Srebrenica, in una data molto importante sia simbolicamente che storicamente, il 21 marzo nonché data ventennale per il giorno della memoria e dell’impegno alla lotta contro le mafie. Mafia, madri coraggiose, ricerca di giustizia, traffico degli esseri umani, migrazioni. Monica Usai fa un collegamento e ne traccia una mappa che porta fino alla Tunisia. E’ questo il collegamento che ci porta fina Ad Halima Aissa dell’associazione Aredepte. Fondata a Tunisi da madri di giovani tunisini partiti, che cercano di sapere la verità su dove siano finiti i loro figli. Libera anche in questo caso dal 2013 sostiene la ricerca della verità sulla scomparsa di un esiguo numero di giovani tunisini lungo la tratta migratoria verso l’Italia e l’Europa. Il problema centrale sta più nel ritrovare questi giovani che scappano dal loro paese in cerca di prospettive, di lavoro e di un futuro migliore, poiché dopo passata la frontiera diviene quasi impossibile stabilire dove essi siano finiti. Di questo si occupa Halima che dà colpa di queste vere e proprie fughe dal paese alla profonda crisi economica che ha colpita il paese negli ultimi anni. Nonostante la Rivoluzione, nonostante un processo di democratizzazione in corso: “La ragione di queste migrazioni che poi si conclude con il grande genocidio delle vittime delle migrazioni -dice Halima – sono la crisi economica, la disoccupazione, la chiusura delle fabbriche, l’instabilità politica e infine il sogno di un futuro migliore. Perciò tanti giovani hanno deciso di lasciare il paese, senza il visto, che è costoso e non viene facilmente concesso dai paesi ospitanti. Il visto per i giovani alla ricerca di un futuro migliore è il muro che non permette l’accesso all’Italia.” I numeri che dà Halima sono impressionanti: 501 sono i tunisini scomparsi durante la notte della Grande Tragedia, l’8 settembre del 2012 e le madri tunisine ne cercano ancora i corpi. Sei i ragazzi sbarcati a Trapani sono stati presi in carico dalla polizia, portati a un centro d’accoglienza, registrati e poi scomparsi nel nulla. Dodici arrivati in Sicilia e fermati dalla polizia appena sbarcati sulle coste. Qui avevano contattato le famiglie e poi spariti nel nulla”.

Nessun aiuto dal Governo tunisino, dice Halima, che non si rende conto quanto questa fuga dei giovani danneggi il paese: “La crisi in Tunisia ha portato un terribile crollo demografico, i tunisini non fanno più figli perché è diventato costoso fare figli. I giovani partono e la popolazione invecchia sempre di più. Chi rimarrà in Tunisia? Il vero problema della Tunisia è la mancanza dei nostri giovani che sono la nostra risorsa più importante”. Un circolo vizioso che impoverisce il paese sempre di più.  Halima Aissa lancia dunque un appello: “Noi mamme dei tunisini scomparsi nel Mediterraneo, sappiamo che ci sono dei morti ma sappiamo che ci sono anche dei vivi, ma non sappiamo più in che mani sono finiti. Forse preda di mafiosi, di trafficanti di organi, oppure reclusi in Libia o portati in Siria, dove sappiamo fanno torture indicibili ai prigionieri. Noi mamme vogliamo solo sapere dove sono finiti e come stanno i nostri figli e mariti e questo dobbiamo saperlo per morire in pace. Il popolo tunisino rende dignità anche nella morte ai migranti, sia tunisini che non, che il mare ci restituisce sulle coste, rendendogli una degna sepoltura; Noi vogliamo solo poter seppellire dignitosamente i nostri figli e poter gioire di quelli vivi che potrebbero tornare”.