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(Inter)rotte. Tutte le strade che (non) portano in europa

Storie. Le storie di chi inizia un viaggio senza sapere quando, come e dove finirà. Sono le storie raccontate a “Inter(rotte): tutte le strade che (non) portano in Europa”. Storie raccontate da chi ogni giorno si trova nei punti nevralgici delle rotte migratorie e offre accoglienza, un pasto caldo e un rifugio ai migranti.

Alessandra a Zunino, ci ha portato a Ventimiglia, presso la parrocchia di Sant’Antonio, centro di accoglienza Caritas gestito da volontari e dal parroco Don Rito Alvarez. Dal Maggio 2016 ad oggi Sant’Antonio ha aiutato 15.000 persone, tra le quali donne sole, intere famiglie e minori non accompagnati. La storia che ha raccontato Alessandra è una storia di umanità e di scambio. Ha parlato di “legami”, quei legami che continuano anche dopo che il cancello della Chiesa viene aperto e migranti e profughi proseguono il loro viaggio. “Spesso ci chiamano da altri Paesi dell’Europa per chiederci aiuto o anche solo per dirci grazie. Il nostro compito è dare dignità a una migrazione che spesso va verso l’ignoto.” Poi ha aggiunto: “Potrei raccontare molte storie di bambini di undici, dodici, tredici anni che viaggiano soli. Una volta sono arrivati tre fratellini afghani, non accompagnati, con solo un numero di telefono di Parigi in testa.” Alessandra ha infine sottolineato che i migranti a Sant’Antonio trovano nei volontari della parrocchia un aiuto concreto e, cosa ancora più importante, un posto dove sentirsi finalmente, anche se per poco tempo, al sicuro.

La rotta balcanica è stata raccontata dall’attivista giordana Dina Baslan, che dopo aver lavorato presso diverse organizzazioni internazionali, tra cui UNESCO, si è dedicata all’attività di ricerca sul tema delle migrazioni. In particolare, dal 2016, ha iniziato a stringere rapporti con la comunità dei rifugiati sudanesi, la più marginalizzata in Giordania. Dina ha precisato che nonostante che la rotta balcanica sia ufficialmente chiusa da un anno, nella pratica esiste ancora. Ha raccontato di aver sperimentato il viaggio che compie chi scappa dalla guerra insieme ad un suo amico in fuga e di essersi vergognata quando per passare dalla Turchia alla Grecia lei, avendo anche passaporto americano, ha pagato 20 euro e il suo amico più di 1.000$. “Lui dice sempre che sono stati i 12 minuti più costosi della sua vita” ha ricordato con amarezza Dina.

Con la storia di Padre Mussie Zerai ci siamo spostati verso le coste della Libia e nelle acque del Mare Nostrum. Padre Zerai ha raccontato la storia di una ragazza di 16 anni, in fuga dall’Eritrea. Giunta in Libia la ragazza è finita in un conflitto tra le milizie in lotta per il controllo del traffico di migranti ed è rimasta paralizzata. Padre Zerai ha raccontato di aver chiesto, appresa la storia, un visto umanitario per la ragazza che gli fu inizialmente accordato e poi negato. Gravemente ferita, la ragazza fu buttata fuori dall’ospedale libico dove era ricoverata e messa su un barcone da alcuni amici. Miracolosamente arrivata in Italia, fu ricoverata d’urgenza. “Ciò che più stupisce è che sarebbe potuta arrivare legalmente tramite il ricongiungimento familiare, dato che padre e sorella vivono in Svezia. I canali legali ci sono, le leggi anche” ha affermato Zerai “ma vengono utilizzati con il contagocce”. Non solo storie ma anche soluzioni quelle proposte da Zerai. “Perché non copiare il modello canadese? Far diventare sponsor le famiglie che vivono già in Europa, lasciare a loro la garanzia della copertura delle spese del viaggio e della successiva accoglienza e integrazione dei loro cari. Ora con il corridoio umanitario c’è uno spiraglio di speranza, ma perchè obbligare le persone ad atroci sofferenze e lasciare che finanziano i trafficanti, i cui guadagni si aggirano intorno ai 3 miliardi? Riguardo alle attuali insinuazioni sull’operato delle ONG ha poi affermato: “Salvare la vita delle persone che rischiano di morire non può essere un reato. Screditare tutti danneggia solo chi è davvero a rischio”.

Infine la rotta del Brennero, e in particolare la situazione a Trento e Bolzano, è stata raccontata attraverso la storia di Abdu, narrata da Federica Dalla Pria. Federica ha lavorato per 5 anni come operatrice di strada a Bolzano e dal gennaio 2017 si occupa, presso la Fondazione Alexander Langer, del progetto di monitoraggio lungo la rotta del Brennero del gruppo Antenne Migranti. Federica, tramite il caso di Abdu, ha denunciato la situazione di stallo e di indigenza forzata che spesso i migranti si trovano a sperimentare a causa di una concomitanza di eventi e problematiche burocratiche. Abdu dal Gambia si trasferì a 13 anni in Libia per lavorare. Scappato dalla Libia, sbarcò in Italia per finire in un centro di accoglienza a Foggia. La sua richiesta di asilo ebbe esito negativo, fece ricorso e avrebbe avuto diritto per questo a rimanere nel centro fino al gennaio 2017. Nei centri di accoglienza tuttavia si sono via via inasprite le regole: c’è bisogno di posti e al primo richiamo da parte della gestione si viene buttati fuori. Così è stato per Abdu che nel suo girovagare per l’Italia è finito a Trento. “Non può lavorare, non può studiare, non può fare niente se non vagare”, proprio perché la sua richiesta di rinnovo del permesso è ancora pendente. “Per lui tutto è fermo, tutto è bloccato” ha affermato Federica.

Un dibattito, quello di “Inter(rotte)”, che ha fatto viaggiare il pubblico attraverso l’Europa e il Mediterraneo insieme a chi si incammina verso l’ignoto sperando di trovarvi una vita dignitosa. Perché, come ha affermato Padre Zerai, “nulla può essere considerato al di sopra della vita umana”.

 

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