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La libertà di stampa minacciata in tutto il mondo. A Prato un panel sulla sfida di essere giornalisti.

Si è aperta oggi pomeriggio con il panel “Quanto costa la libertà” la seconda edizione del Festival “Mediterraneo Downtown”.  E,  in coincidenza  della giornata internazionale alla libertà di stampa, è  stata dedicata ai giornalisti che rischiano quotidianamente la vita per il loro lavoro. Sessantacinque solo nel 2017 e già moltissimi nel 2018. Tra  loro gli 8 giornalisti  uccisi a Kabul  lo scorso 30 aprile. A loro è dedicato questo panel, come sottolinea Riccardo Noury,  portavoce di Amnesty International Italia e moderatore dell’incontro , con un cartello che riporta tutti i loro nomi: Iar Mouhammad Tohki, Abdullah Hananzi, Mahram Durani,  Sabawoon kakar, Ghazi Rasooli, Nowruz Ali Rajabi, Shah Maray, Salim Talash, Ali Saleemi, Hamad Shah. 

“Dopo gli attentati del 30 aprile scorso a Kabul – ha detto Noury-  il tema è sempre più attuale, non solo in Afghanistan, ma anche nei Paesi del Mediterraneo di entrambe le sponde, come ci ricordano l’omicidio di Daphne Caruana Galizia (uccisa a Malta nel 2017)  e di Jan Kuciak (ucciso in Slovenia, sempre lo scorso anno)”.

“Mi sento molto fortunata a poter essere qui – afferma Nafisa El Sabagh, giornalista egiziana del blog femminista Masreit, perché non è molto comune per i giornalisti poter uscire dal Paese, e mi sento anche molto fortunata perché non sono tra i giornalisti attualmente detenuti nelle carceri egiziane“. La libertà di stampa in Egitto non è garantita, infatti, non lo era all’epoca della presidenza di Mubarak, quando i giornalisti sapevano bene quali limiti non dovevano oltrepassare per non avere problemi, e non lo è nemmeno oggi, in cui è molto più complesso capire quali sono i paletti entro cui chi fa questo lavoro può muoversi senza rischiare di finire in galera…A volte basta molto poco per essere incarcerati – spiega Nafisa El Sabagh – ad esempio qualche tempo fa il direttore di un sito web ufficialmente riconosciuto è stato messo in prigione e accusato di essere parte di un gruppo terroristico per aver tradotto da un sito americano e pubblicato un piccolo report che parlava di corruzione politica in Egitto“.

Oggi la stampa egiziana ha molti problemi: primo fra tutti quello che riguarda la proprietà dei media, che appartengono quasi tutti al governo. Quei pochi media che non appoggiano dichiaratamente le istituzioni, inoltre, vengono considerati “terroristi islamici“ dalle autorità, ma a volte anche dalla popolazione stessa, che è diventata molto diffidente nei confronti dei giornalisti. Per questo la vera sfida per il mondo dell’informazione egiziano – conclude Nafisa El Sabagh – consiste nel riconquistare la fiducia delle persone comuni, far sì che la gente appoggi le idee libere e indipendenti“.

Anche per i giornalisti stranieri la situazione in Egitto non è semplice: ce lo racconta Azzurra Meringolo, giornalista di Radio Rai1 e ricercatrice dell’area Mediterraneo e Medio Oriente dell’Istituto Affari Interazionali, che si occupa di mondo arabo e in particolare di Egitto. Fino al 2000 si definiva l’informazione egiziana un giornalismo di corte, istituzionale, quasi totalmente legato al governo – spiega – soltanto tra i primi anni di questo millennio e il 2011 si è vista la nascita di un giornalismo d’inchiesta, pluralista, che oggi è nuovamente attaccato dalle istituzioni. Per questo – continua Meringolo – i giornalisti di testate straniere devono fare molta attenzione al linguaggio utilizzato e imparare contemporaneamente a non parlare mai di <colpo di Stato>, a saper distinguere tra i terroristi e quelli che vengono etichettati come tali solo perché oppositori del governo“ con cui, tra l’altro, è molto difficile riuscire a parlare perché spesso loro stessi a rischio incarcerazione. Per un giornalista straniero è quasi impossibile, così, raccontare il Paese in tutta la sua complessità e varietà, anche perché spesso costretto a usare solo fonti governative. E lo è ancora di più per gli italiani, che dopo il caso Regeni – termina la giornalista – sono visti con estremo sospetto“.

Non migliore è la situazione in Messico, come racconta Tiziana Prezzo, giornalista di SkyTg24, dichiarato da Reporters sans frontières il Paese non in guerra più pericoloso per i giornalisti. Qui l’anno scorso è stato ucciso il giornalista Javier Valdez che, dopo aver scritto diverse inchieste sul narcotraffico a Ciudad Juàrez, si era occupato della corruzione politica nel Paese. Come lui stesso aveva dichiarato. In Messico è molto più pericoloso fare giornalismo sulla corruzione che sui narcotrafficanti“, e in effetti i dati gli danno ragione, visto che dal 2010 al 2016 sono state 798 le denunce presentate da giornalisti che hanno subito violenza a causa del loro lavoro, e solo lo 0,98% di questi ha avuto un riscontro positivo.

“D’altronde – afferma Prezzo – è evidente che la violenza nei confronti dei giornalisti spesso va di pari passo con la corruzione e con la mancanza di democrazia“. Qualcosa di simile, infatti, lo stiamo vedendo in Turchia, che la giornalista frequenta ormai dal 2006 e che ha visto cambiare molto negli ultimi anni, soprattutto da quando Erdogan è arrivato al potere, erodendo lentamente tutti i principali aspetti della laicità del Paese e il sistema di pesi e bilanciamenti che garantiva in qualche modo un certo rispetto dei diritti umani e della libertà. „Ben prima del tentativo di colpo di Stato del 2016 in Turchia il governo ha lavorato per limitare la libertà di stampa, mettendo in ginocchio qualunque testata non filogovernativa e in carcere i giornalisti dell’opposizione“, così che oggi il 93% dei media è sotto il regime e, in vista delle elezioni presidenziali, Erdogan è riuscito anche a far acquistare a persone a lui vicine il più importante gruppo editoriale turco, per assicurarsi il controllo totale dell‘informazione.

„Proprio qualche giorno fa si è concluso il processo ai giornalisti di uno dei più antichi quotidiani turchi, Cumhuriyet – racconta Antonella Napoli di Articolo 21 – tutti sono stati condannati con l’accusa di terrorismo a 7-8 anni di carcere, ma hanno già dichiarato che non si arrenderanno, e che continueranno a lottare per una stampa libera. Perché la libertà di stampa è un diritto fondamentale per i giornalisti, ma soprattutto è un diritto fondamentale per tutti i cittadini, che hanno il diritto di essere informati in modo completo e indipendente“.