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Movimenti LGBTI nel Mediterraneo: siamo forti e stiamo crescendo.

«Religione e sessualità possono convivere, a differenza di come si è soliti pensare», con queste parole Leila Ben Salah, giornalista italo-tunisina e reporter di Radio Bullets, ha aprerto il panel sui movimenti LGBTI nel Mediterraneo. Leila è autrice di un reportage sui diritti LGBTI nei paesi arabi, che presenterà il prossimo 27 maggio a Firenze.

Con lei all’incontro Lepa Mladenovic, attivista femminista serba e counselor per donne lesbiche e donne vittime di violenza: “Sono una lesbica molto felice e molto orgogliosa di esserlo” dice Lepa, che vive a Belgrado e che ha scoperto la sua omosessualità a 33 anni. “Accanto alla gioia e alla curiosità di questa nuova vita – racconta  sono emersi subito vari problemi legati alla sua sessualità”. Lepa oggi organizza workshop per dare voce alle donne lesbiche, per far sì che possano esprimere i loro sentimenti: «dobbiamo imparare ad usare la parola “lesbica” senza vergogna, soprattutto con felicità». Racconta poi il suo lavoro durante la guerra nei Balcani, durata dieci anni, quando ha dato supporto alle donne vittime di violenze sessuali. “Esisteva una gerarchia dell’etica –dice- in cui le donne vittime della guerra si trovavano al punto più alto, mentre le donne lesbiche a quello più basso”. Dopo la guerra civile ha cominciato a realizzare documentari per riportare le esperienze di guerra di queste donne, formando poi il gruppo di lesbiche “Women in Black”, di cui è co-fondatrice. “In un mondo patriarcale – afferma- dove è l’uomo ad avere più potere è necessario creare nel mondo LGBTI una coscienza di solidarietà, per avere potere sociale ed ottenere diritti. Il movimento LGBTI, nato dal movimento diritti umani, ha la sua importanza, mette insieme identità e storie diverse ma si basa sull’idea di inclusione”.  Silvia Quattrini, italiana, è invece la rappresentante di “Chouf”, associazione che nasce in Francia nel 2013 ed è stata registrata in Tunisia nel 2016, in sostegno ai diritti delle donne. Per i movimenti LGBTI in Tunisia la parola chiave è “legalità”, sia delle libertà individuali che dei movimenti associativi. “Dopo la Primavera araba del 2011 – ha detto- la Tunisia ha visto una vera e propria apertura ai movimenti sociali: 18.000 nuove associazioni sono venute alla luce, così come sono emersi i movimenti LGBTI, che prima si nascondevano dietro realtà associative di diverso tipo. Diversa la situazione delle libertà individuali: in Tunisia essere omosessuale è tuttora un reato, punibile con tre anni di reclusione, secondo una legge che risale al 1913, eredità del colonialismo francese. Il movimento LGBTI tunisino – continua Silvia – mira quindi da una parte ad una modifica sostanziale della legge tunisina e, dall’altra, all’abolizione della pratica del test anale, condotto dalle autorità per provare l’omosessualità, benché privo di alcun fondamento medico o scientifico: un vero atto di tortura.   Una ricerca da fonti non certe – conclude-  sembrerebbe dimostrare che in Tunisia più del 64% dei cittadini accetti la criminalizzazione dell’omosessualità, una presunta “volontà popolare” assunta da governo tunisino come pretesto per mantenere inalterato lo status quo”. Uno sguardo sulla situazione degli omosessuali in Turchia arriva da Fazila Mat giornalista dell’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa: “In Turchia – dice- i movimenti LGBTI si trovano in una posizione difficile, ma negli ultimi 15 anni hanno fatto sentire la propria voce con determinazione, grazie al prezioso lavoro degli attivisti. Al primo gay pride di Istanbul, nel 2003, si contavano meno di 50 persone, ora sono in 50.000 a voler marciare per i propri diritti”.  Ma la società turca rimane fondamentalmente patriarcale e maschilista: “l’omosessualità tra le donne e gli uomini- dice poi Fazila – viene vista in maniera differente. Le lesbiche appaiono come se fossero grandi amiche affiatate, mentre per gli uomini la reazione è decisamente più forte. Per gli omosessuali ulteriore problema è il servizio di leva obbligatorio: fino a poco tempo fa dovevano ricevere un certificato medico che li dichiarava ‘marci’ ed in questo modo potevano evitare il servizio militare obbligatorio”.

L’accettazione delle persone LGBTI, all’interno della società, sembra però seguire un doppio binario: da una parte ci sono le celebrità omosessuali, che vivono tale orientamento sessuale quasi come qualcosa di divertente, dall’altra ci sono le persone comuni che si scontrano continuamente con le difficoltà quotidiane del coming out.  Non potendo essere presente, il parlamentare europeo Daniele Viotti – co- presidente dell’intergruppo per i diritti LGBT – ci lascia il suo contributo attraverso un video, illustrando ciò che l’UE potrebbe e dovrebbe fare. Sottolinea che le unioni civili ed i matrimoni tra omosessuali dovrebbero essere riconosciuti in tutti i paesi membri; così come dovrebbero essere adottate misure per i movimenti LGBTI, creando accesso a forme di tutela giuridica e prevedendo sanzioni per atti di discriminazioni nei loro confronti. Elenca infine alcuni tra gli esempi positivi esistenti, come l’Irlanda, il Portogallo, l’Italia e Malta, paese quest’ultimo con la legislazione più avanzata in Europa per i diritti LGBTI. Non mancano esempi negativi, come i referendum promossi in Slovenia e Slovacchia. La strada è ancora lunga.

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