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Panel sui modelli di accoglienza. Tutti d’accordo: “L’ immigrazione non è un’emergenza ma un fenomeno strutturale”

Un incontro per raccontare l’accoglienza dei migranti, spesso al centro di dibattiti e polemiche, per mettere a confronto esperienze positive nel nostro Paese, all’interno di un sistema legale e politico complesso e non sempre semplice da gestire: è stato questo il tema del secondo panel della giornata di oggi tenutosi nella sala consiliare del Comune di Prato.

Si parte con la Toscana, con l’assessore regionale alla Presidenza Vittorio Bugli, che sottolinea come il modello di accoglienza della Regione sia stato costruito insieme alle associazioni, alla cittadinanza, alle organizzazioni da sempre coinvolte nell’accoglienza. “Questo è avvenuto nonostante le Regioni non abbiano un ruolo ben definito nel sistema nazionale per quel che riguarda l’immigrazione – spiega Bugli – La Toscana sta facendo la sua parte comunque e ha deciso di farla a modo suo, con un’accoglienza diffusa, che prevede strutture piccole, disseminate sul territorio, per permettere una maggiore coesione sociale. Oggi ci sono circa 12 mila richiedenti asilo in Toscana con una media di 15 persone a struttura. Questo per una ragione puramente pragmatica: le persone vivono meglio in contesti piccoli, si integrano più facilmente, è più probabile che si possano costruire percorsi di inserimento socio-lavorativo, anche quando si trovano in una fase dell’iter di riconoscimento di uno status giuridico che viene eufemisticamente definita “di prima accoglienza” e che poi può durare anche diversi anni. In Toscana questo è stato possibile perché il territorio è ricco di soggetti che operano nel sociale – continua l’assessore – che si occupano dell’accoglienza e che sono supportati dalla Regione”.

Per diffondere le buone pratiche di accoglienza la Toscana ha prodotto un libro bianco che si basa su un assunto basilare: quando si parla di accoglienza si parla di persone e di tutela di diritti della persona. “Inoltre dobbiamo sempre ricordarci che l’immigrazione non è un fenomeno emergenziale, bensì strutturale, e come tale va affrontato. Non con servizi speciali, ma con servizi integrati con gli altri già esistenti – conclude Bugli – L’ispirazione deve venire dal modello SPRAR che si pone questi obiettivi e cerca di fornire alle persone accolte gli strumenti per inserirsi nel nostro territorio: corsi di italiano, formazione, tirocini, inserimenti lavorativi e abitativi”.

Un altro esempio di buona accoglienza è quello del Comune di Castelpoto, che, come molti comuni del Mezzogiorno, è stato molto penalizzato dalla crisi economica, ma ha deciso di affrontare le conseguenze dell’alto tasso di disoccupazione e del decremento demografico in concomitanza con quello dell’immigrazione. “Come Comune, in accordo con la cittadinanza, abbiamo deciso di dare il nostro contributo all’accoglienza degli immigrati – racconta Vito Fusco, sindaco di Castelpoto – e lo abbiamo fatto dando vita a uno SPRAR famiglie di 20 unità, accogliendo anche molti minori. Abbiamo scelto questo modello di accoglienza diffusa e sostenibile perché pensiamo che preveda percorsi di reale integrazione sociale ed economica e perché abbiamo riflettuto sulla necessità di un’integrazione bidirezionale, che porta vantaggi e benefici anche alla comunità accogliente”. Così l’accoglienza dei richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale e umanitaria in questo piccolo paesino del beneventano è diventata parte di un progetto molto più complesso, nato per fronteggiare le emergenze del territorio. Questo sistema di accoglienza, infatti, ha contribuito a rivitalizzare l’economia locale, incentivare i servizi per le famiglie e potenziare la rete di servizi dedicata a tutti i cittadini, non solo agli stranieri.

“In Italia la situazione è molto particolare rispetto al resto d’Europa – afferma Marc Arno Hartwig delegato italiano della Commissione Europea – e mi accodo agli altri nel dire che l’immigrazione non è un fenomeno emergenziale ma strutturale, di cui le istituzioni devono tenere necessariamente conto. L’Italia è sicuramente penalizzata dal regolamento di Dublino, ma questa non deve essere una scusa per non trovare soluzioni adeguate. Tuttavia – continua – devo ribadire che l’Italia si vanta del suo sistema di accoglienza negli Sprar, ma nella pratica la maggior parte delle persone sono accolte nei CAS, centri grandi e dove i controlli su come questi vengono gestiti e affidati ad enti gestori sono scarsi e insoddisfacenti”.

Don Armando Zappolini del Coordinamento nazionale comunità di accoglienza – CNCA, punta l’attenzione su quello che ritiene un grande problema del nostro Paese, la legge Bossi-Fini, “che non dà la possibilità di entrare in Italia in maniera regolare, se non facendo richiesta d’asilo. Questo non è sbagliato solo da un punto di vista ideologico, ma è anche e soprattutto un sistema dispendioso e poco efficace. Il primo passo da fare secondo il CNCA è togliere alle prefetture il compito di occuparsi dell’immigrazione – ribadisce Zappolini – Non si tratta di un problema di ordine pubblico, non serve buttare i soldi nelle camionette coi militari e superare i CAS in favore degli SPRAR, cosa spesso ostacolata dagli stessi Comuni, perché a primo acchito aprire uno Sprar  non paga, non genera consenso, e così non è possibile trasformare il costo in una risorsa, come invece ha testimoniato sia possibile fare il sindaco Fusco”.

Angelo Moretti, della Caritas di Benevento e membro del Consorzio Sale della terra racconta, invece, la loro esperienza di costruzione di quello che definisce “un sistema di welcome. Parlare di immigrazione – dice – per noi è una grande occasione perché ci permette di andare al di là delle visioni economiche e passare a parlare di politiche, di visione del futuro, di servizi. Il welcome non è un welfare per migranti, ma è un welfare per tutti. Utilizzando fondi sprar, infatti, abbiamo creato dei servizi per tutti i cittadini”.

Vittorio Cogliati Dezza, rappresentante di Legambiente, interviene sul rapporto tra territorio e gestione dell’immigrazione. “Legambiente per scelta non gestisce centri di accoglienza di nessun tipo, ma sul territorio collabora con moltissimi centri, sia Sprar che Cas, perché ritiene fondamentali i processi di innovazione sociale che da essi nascono” e ricorda che “un grande problema da risolvere è quello che la maggior parte dei richiedenti asilo, in quanto migranti economici o ambientali, sono in realtà destinati a ricevere un diniego e a vivere nell’irregolarità. Noi ci troviamo di fronte a persone che fuggono per un intreccio complesso di cause, spesso interconnesse tra loro, che non sempre rientrano nei criteri, molto stringenti, stabiliti dalla Convenzione di Ginevra. E quindi mi chiedo: o l’UE ha la lungimiranza di pensare a un diritto d’asilo e di protezione degli immigrati adeguato al mondo contemporaneo, o non si va da nessuna parte. La geopolitica mondiale è cambiata, è cambiata la spinta a muoversi e quindi c’è bisogno di un diritto d’asilo che riconosca la libertà della mobilità delle persone. Naturalmente oltre alle regole internazionali vanno cambiate anche quelle interne. Ma – conclude – quello che conta è anche cambiare la narrazione dell’immigrazione. C’è una responsabilità di chi vede l’immigrazione come un’opportunità: non siamo in grado di produrre una rappresentazione positiva dell’immigrazione. Il passaggio dalla diffidenza alla paura non è semplice e sono gli operatori e gli addetti del settore che se ne devono prendere carico”.